Luther Blissett,pagg.677
Einaudi Stile Libero,Euri 17,00
Un romanzo voluto e cercato, Q, per me, uno dei pochi. Solitamente lascio che sia la corrente del Caso a portare a me i libri, piuttosto che la mia premeditazione ;). Questa volta il rapporto si è invertito, complice una sorta di scambio culturale con il Master, e devo dire che ne ho sicuramente guadagnato. I frequentatori di questo blog conoscono di certo l’opera in oggetto – pare infatti che fossi rimasta l’ultima a non averla letta!; nota la sua paternità- dietro lo pseudonimo, Luther Blissett, esperimento collettivo dietro cui si celano gli odierni Wu Ming - e celeberrimo il contesto storico e politico da cui prende le mosse il romanzo – una proto-Germania alle prese con le tesi di Martin Lutero, anno del Signore 1517. La prima considerazione che mi sovviene a libro finito è che non ci sono molti romanzi che, come questo, regalano al lettore un excursus così preciso e vivido di un periodo, di una situazione politica e, dulcis in fundo, di un panorama religioso estremamente complesso. C’è chi dice che la realtà è più sorprendente di quanto potrà mai essere la fantasia: beh, Q porta una testimonianza a favore di questa tesi. Non essendo io l’esperta della situazione, non saprei dire dove finisca la Storia e dove inizi la speculazione, ma personalmente sono incantata dal rovesciamento del senso comune riguardo alle vicende narrate. In modo particolare ho apprezzato la capacità degli autori di lasciare ben poco di scontato. Per non apparire, io, troppo scontata e deferente, aggiungerò che le pagine iniziali del romanzo, un centinaio circa, sono state piuttosto difficili da digerire. Gli slogan dei contadini mi apparivano colmi di fede e buona volontà, ed in quanto tale, piuttosto banali: fortunatamente superato l’ostacolo della partenza politically correct ho appurato che sbandierare un sì alto spirito aveva la funzione principale di dimostrare che da più in alto si cade, più la caduta è lunga e rovinosa. Un altro piccolo appunto alle pagine finali, che ho trovato un po’ forzate: probabilmente un romanzo tanto pesante (in senso buono) pone in ogni caso delle difficoltà ad essere terminato degnamente; la mia impressione è che ci si sia voluti dilungare eccessivamente per ottenere l’effetto happy ending, effetto che non ritengo essere nelle corde degli autori, ma che neanche mi sento di imputare completamente a loro (dopotutto, c’è cascato anche Tolkien…) In ultimo, una riflessione riguardo alla complessità di Q: non parlo tanto del suo non essere semplice (questo significherebbe considerarlo complicato) bensì della stessa costruzione del romanzo, a cui hanno contribuito più scrittori. Questo dato di fatto mi ha fatto venire in mente una definizione di Edgar Morin, quella di Unitas Multiplex; essa designa una realtà composta da più parti, in cui il risultato- ovvero il tutto- è più della somma delle parti. Penso che i risultati più felici di quest’opera siano dovuti proprio a questa apertura alla complessità, all’aver riunito diversi sguardi e conoscenze che difficilmente sarebbe possibile riconoscere ad un solo autore – a meno che non dedichi alla sua opera molti anni della sua vita, o che non si serva di “aiutanti fantasma” ;)
voto: 7,5