Ozia

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giovedì, 21 maggio 2009

Crypto - I Ribelli Del Codice In Difesa Della Privacy

crypto-cover
titolo: crypto - i ribelli del codice in difesa della privacy
autore: steven levy
editore: ShaKe Edizioni Underground (collana "cyberpunkline")
pagine: 352
prezzo: € 17,50
ISBN: 88-86926-81-2
iniziato il: 13/11/2006
finito il: 26/11/2006
parla di: crittografia e libertà

Quando ho confessato a G. d'aver abbandonato la lettura di Crypto, vinta dal rimorso per avermelo regalato, e per ottenere il mio perdono, ha insistito per prestarmi quest'altro Crypto: di argomento "simile" solo nel titolo dato che a differenza del libro di Dan Brown questo di Levy non è un romanzo quanto piuttosto una ricostruzione storico-giornalistica dell'avventura crittografica degli anni '60 (e a seguire), delle scoperte e dei risvolti sociali, politici ed economici, della crittografia computerizzata come oggi la conosciamo, devo dire che mi è piaciuto decisamente di più. I due libri parlano in effetti due lingue completamente diverse: Brown punta al puro svago, Levy all'impegno sociale e politico.

Oggi se ne parla poco, fa scalpore a giorni alterni (un giorno ci si indigna, e presto si dimentica), ma l'argomento di questo Crypto è non solo interessante, quanto ancora attuale.
Il grande tema non è la crittografia in sè, quanto lo scontro di interessi spesso contrastanti fra Stato e Individuo, privato cittadino. Lo Stato ha il diritto/dovere di proteggersi, questo è ovvio: il lavoro di spionaggio e intelligence è indispensabile per la sua sopravvivenza, ma lo stesso vale per i cittadini... solo che, in questo caso, da cosa ci dobbiamo proteggere? Ha senso proteggersi anche "dal proprio stesso Stato", quando questo invade la nostra privacy e i diritti che riteniamo naturali e acquisiti (a dire il vero mi risultano più di tradizione anglosassone che mediterranea, ma poco importa)? Se la risposta è , eccoci all'empasse, alla teoria del complotto, ai dubbi morali ed etici. Però alla fine è anche questa la linea di confine fra una democrazia e una tirannia: la libertà concessa agli individui nel mantenere confidenziali i propri scritti, pensieri, opinioni.

Negli anni '60 negli USA era reato federale, pena l'arresto, persino parlare di cifratura: lo Stato ne aveva il monopolio assoluto. Poi sono stati i pionieri, le lotte civili, le nuove scoperte dei privati cittadini, lo spirito degli anni '60 e '70 (e perchè no: anche lo sviluppo della rete e del commercio elettronico, che hanno infine ribaltato qualsiasi punto di vista) ...ma a conti fatti tutto è cambiato affinchè poco cambiasse. Ancora oggi utilizzare un sistema di cifratura sul proprio PC è considerato spesso "una aggravante" o un motivo "di maggior sospetto" dagli inquirenti, non solo in America, quasi una colpa. Se io spedisco un'email ad un collega o amico, cifrandola in modo tale che solo lui la possa leggere, non sto facendo valere un mio diritto alla privacy ma evidenzio il fatto che "ho qualcosa da nascondere", anche da noi. E non solo nei processi o indagini, è anche il sentire comune. Non sono molto cambiati nepure gli Stati: l'Italia ad esempio è fra i più grandi promotori di "grande fratelli" e simili, con azioni lobbistiche sia in Europa (dove spinge per la chiusura di traffico rete, per il monitoraggio, per il controllo) sia in casa (qualcuno si ricorda forse il Super Amanda Telecom? le inchieste de L'Espresso? lo scandalo suscitato? o sono davvero bastati un paio d'anni per dimenticare?).
Nel '93 (ma l'idea sopravvisse fino alla fine degli anni '90), il democratico Clinton promosse il "Clipper Chip", un chip sotto il controllo dell'NSA da installare "in ogni apparecchio elettronico": per cifrare, da una parte, e permettere un facile "monitoraggio da parte dello Stato, anche dei dati cifrati", dall'altro. La società "libera" americana si mobilitò e l'ebbe vinta, non senza fatica, grazie anche all'industria che non s'accordò sugli standard d'implementazione. Non così anni dopo, con il repubblicano Bush, cioè ai giorni nostri: tutti abbiamo accettato chip TPM e l'idea di base del "Trusted Computing", e cioè che i costruttori di hardware tramite chiavi crittografiche possano riconoscere e decidere cosa è "giusto" e cosa "non è giusto" fare con i nostri PC, palmari, portatili, telefonini, cosa possiamo installarci, hardware o software, come possiamo usarlo... senza che si possa più avere voce in capitolo come "proprietari" dell'apparecchio: scandalo appena se ne parlò, mobilitazione immediata, qualche mese di mail allarmistiche, e poi... resa, disinteresse, dimenticanza. Anche nel libro si citano episodi simili.
La "lotta" (il virgolettato è d'obbligo) in questo campo è sempre di pochi, e ìmpari... la maggior parte, noi, abbiamo troppo altro per la testa per star dietro a queste beghe, eppure è grazie a fissati di questo tipo, paranoici, disadattati, teorici del complotto, che abbiamo oggi il commercio elettronico, la possibilità (fosse anche solo teorica poichè nessuno di noi ha per fortuna la necessità di mettere questo diritto veramente alla prova) di difendere la nostra privacy, che abbiamo strumenti per essere "cittadini" di questo mondo digitale e non "sudditi" sotto il controllo completo e costante dello Stato, o di altri.
Questo almeno l'assunto dell'autore.

Il libro riporta fedelmente la nascita e l'evoluzione della crittografia che oggi utilizziamo e conosciamo, sostanzialmente diversa da quella classica, e soprattutto concede ai curiosi uno sguardo smaliziato ai veri protagonisti: professori, scienziati, paranoici, militari, dissidenti...
I reportage di questo tipo mi sono sempre piaciuti, purtroppo Crypto pecca un po' quanto a capacità di mantenere alto l'interesse: l'impressione che ho avuto è che, se non avessi avuto già una mia idea che m'interessava approfondire, e una mia propensione alla materia, avrei potuto facilmente catalogare molti dei suoi capitoli come "noiosi", e ad essere sinceri qualche decina di pagina in meno qui e la, non sarebbero state una grossa perdita.
L'autore è lo stesso di "Hacker, gli eroi della rivoluzione informatica", fanatico e fautore della controinformazione, da cui è subito chiaro che il punto di vista non è proprio "neutro"; la ShaKe d'altra parte è una casa editrice che nasce come cooperativa di sinistra con spiccate simpatie (spero non si offendano se la "classificazione" è sbagliata) punk e anarchiche. Da una casa editrice "contro il potere" e un autore "di controinformazione" per cui i ribelli sono "eroi", è insomma improbabile salti fuori un testo troppo obiettivo e che prenda in considerazione anche versioni diverse dalla propria, o che possa essere apprezzato anche da chi non è già della stessa idea. Improbabile ma non impossibile, e infatti in questo caso ci siamo parecchio vicini, perchè tutto è ben documentato.... Purtroppo però lo stesso aver fra le mani un testo semi-sconosciuto pubblicato su una casa editrice minore, da un autore di parte che ci tiene a sottolineare come i suoi resoconti sono sempre dissimili da quelli ufficiali, risulta un limite, e quasi fa perdere credibilità al tutto, così che dopo la lettura poco rimane. Ed è davvero un peccato.

Voto: 5.5
postato da: joeCHiP alle ore 10:49 | link | commenti | commenti
Autori e generi: shake, 2006, levy

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