| titolo: | American Gods |
| autore: | Neil Gaiman |
| editore: | Oscar Mondadori (collana "Piccola Biblioteca") |
| pagine | 524 |
| prezzo: | € 9,00 |
| ISBN: | 88-04-52083-3 |
| iniziato il: | 23/10/2006 |
| finito il: | 02/11/2006 |
| parla di: | dèi |







Ultimamente mi è rimasto poco tempo per leggere, ne ho un po' soltanto la sera prima di andare a dormire. Malgrado la pila tremolante sul comodino che rischia di cadermi addosso nel sonno e vari libri lasciati a metà, ho cercato in libreria una lettura non troppo impegnativa da potersi fare a tappe. Così ho comprato questa raccolta di racconti sedotto dal titolo e soprattutto dalla copertina di Iacopo Bruno, che dallo scaffale mi parlava di favole dark e atmosfere alla Tim Burton. Anche se alcune storie sono trite e piuttosto infantili, tra cui una scritta da un Gaiman giovanissimo, la maggior parte rispettano in pieno le aspettative. Il ponte del Troll, Il prezzo, Cavalleria e Il cimitero senza lapidi sono racconti magistrali, piccole favole magiche, che confermano la bravura dell'autore nel creare atmosfere fantastiche. Soprattutto all'inizio tra alcune si intravedono collegamenti che poi restano, almeno mi è parso, insoluti, miraggi forse dovuti al fatto che molti dei protagonisti portano lo stesso nome. Non so se sia narrativa per ragazzi, non sono sicuro di distinguere la differenza, di certo è una lettura piacevole e credo che l'avrei pensata così anche vent'anni fa.
Voto: 6,5

| titolo: | Omon Ra (tit. orig.: "Омон Ра") |
| autore: | Viktor Pelevin |
| editore: | Mondadori (collanda "Strade Blu") |
| traduzione: | Katia Renna, Tatiana Olear |
| pagine: | 168 |
| prezzo: | € 10,33 |
| ISBN: | 88-04-46045-8 |
| iniziato il: | 13/10/2006 |
| finito il: | 22/10/2006 |
| parla di: | la corsa allo spazio nella russia sovietica |
Philip K.Dick – Roger Zelazny
Fanucci Editore, pagg.211
Euri 11,90
Quello che ho sempre ammirato in Dick è la capacità superiore di immaginare cose inesistenti, e di narrarne con una certa nonchalance. Tutti possiamo pescare nell’immaginario collettivo, possiamo trovarci anche chimere – esseri e fatti inesistenti ma comunque “previsti”.
Dick supera i confini della realtà e pure quelli della fantasia, portandoci nel suo peggiore dei mondi possibili…nel nostro domani. Ma non vedo nella sua opera quella sorta di autocompiacimento che ritrovo in altri autori nello scavare nell’abisso, per così dire, delle possibilità negative. Lo considero più un lucido profeta, che senza considerazioni etiche né sbavature romantiche ci accompagna in un luogo e ce lo mostra così com’è. Non credo che l’importanza delle storie raccontate dal Nostro nei suoi numerosi libri sia la trama, bensì le suggestioni che possiamo ritrovare nel corso della lettura; ecco, forse Dick ci offre i fondamenti per un nuovo immaginario, aperto a tutto.
Anche al rovesciamento delle basi della Religione: che seguiamo o meno una credenza, una pratica piuttosto che un’altra, nel nostro immaginario la Religione è un aggregato di speranza in qualcosa che va aldilà del nostro sguardo. Il Dio della post-post-modernità è un Dio dell’Ira. E’ quello che ha distrutto il mondo come noi oggi lo conosciamo, rendendolo una specie di circo popolato da aborti di ogni genere- ciò che oggi consideriamo “normale” vi è bandito. E’ una divinità che sta in alto ma soprattutto in basso, non se ne vede lo scopo ma se ne riconosce la potenza- forse il fatto è che dopo l’Apocalisse, i mezzi assumono infinitamente più valore del fine. Perciò ogni essere senziente ha il suo, fatto su misura. Le lucertole giganti credono nell’Alba, perché ogni giorno scaccia l’oscurità.
Ci sono anche Cristiani in giro, ridotti allo stato di setta, e (volendo) si subodora addirittura l’eventualità di un ricorso storico.
E questa volta, nel giro turistico del futuro, troviamo anche uno scampolo di "morale", non enunciata ma come mostrata per immagini.
Un libro che mi ha emozionato, toccandomi un po’ più il cuore del cervello di quanto abbiano fatto gli altri romanzi di Philip K.Dick. Suppongo che questo effetto sia dovuto alla collaborazione con lo sconosciuto (a me) Roger Zelazny; mi piace pensare che quest’ultimo abbia aggiunto un tocco di “umanità” al genio del Maestro.
VOTO: 7 1\2

Wall Street e la New york degli Yuppies, la nuova borghesia rampante ed edonista, gli anni ‘80 e un’intera classe composta da divinità belle e onnipotenti ma moralmente abbrutite, dove nessuno riconosce nessuno, mondi isolati che si osservano distanti. Di tutto questo vengono estremizzati i caratteri fino all’inverosimile raccontando un vuoto morale abissale che come tale può essere riempito indifferentemente di champagne, psicofarmaci, cocaina o, come fa Patrick Bateman, di sangue. Con stile asciutto e incalzante Ellis racconta un mondo frenetico e mortalmente noioso, completamente esteriore, anaffettivo, maniacalmente estetizzante, dove per una nobiltà giovane e già decadente il denaro è qualcosa di scontato e omologante.
Tutto in queste pagine è estremo ed Ellis con il lettore usa la frusta. L’accostamento maligno tra pornografia, in cui le donne hanno nelle mani di Patrick al più la dignità di un playmobil, e una violenza talmente efferata che Arancia Meccanica a confronto è roba per mocciosi trascina continuamente il lettore infoiato dalla prima in mezzo alle viscere penzolanti della seconda, costringendolo a ripercorrere (e dunque a confrontarsi) coi contorti percorsi mentali del protagonista psicopatico. American Psycho è duro, durissimo, ma è il fatto stesso di evocare un “abisso etico”, la stessa presenza del baratro, ad imporre che se ne esplorino fino in fondo le profondità. Ed Ellis non si ferma davanti a nulla, fin quasi in molti tratti a tirarla per le lunghe, dedicandosi a vivisezionare l’orrore nel dettaglio, centimetro per centimetro. Del resto la narrazione è in prima persona e come potrebbe il mostro , se davvero è tale, risparmiare al lettore cio’ che non risparmia alle proprie vittime e, in definitiva, a se stesso?
In American Psycho non c’è catarsi né salvezza, e quando il male guarda in faccia se stesso e cerca l’annullamento e una qualche forma di pace nel giudizio della società, scopre che questa non lo riconosce e non lo giudica in quanto è lei ad averlo prodotto: essa è l’abisso stesso.
Ho visto anche il film che, anche se mi è piaciuto, sembra una versione ben fatta ma sbrigativa e parziale del romanzo di cui esalta gli aspetti surreali, da farsa macabra, annacquando la crudezza e il sarcasmo della prosa. Tra l'uno e l'altro passa un po' la stessa differenza che c'è tra il sangue e il succo di pomodoro.
Voto: 7,5
