Ozia

non è un litblog, è soltanto la roba che finiamo per leggere...
martedì, 12 maggio 2009

American Gods


Neil Gaiman, pp. 523
PBO mondadori, Euri 9,40

All'inizio lo avevo trovato  piuttosto deludente e più che un romanzo mi pareva un giocattolo ad uso e consumo  di Gaiman, col quale sbizzarrirsi con le sue bizzarre creature fantastiche. Nulla di male in teoria, ma la miscela tra l' America contemporanea e le più eterogenee divinità  pagane, ad essa completamente estranee, mi  aveva lasciato piuttosto indifferente. Andando avanti pero', una volta accettato l'universo immaginario proposto dall'autore, tra qualche binario morto e un'infinità di affascinanti sottotrame, la lettura è diventata un vero e proprio piacere. Un viaggio ad occhi chiusi nella provincia americana, luogo per eccellenza dove  non succede mai niente, trasformata in un  posto dalla sacralità dimenticata nel quale sotto le consuete apparenza accade letteralmente di tutto. Nel finale pirotecnico tutte le trame vengono  più o meno elegantemente al pettine e ci si scopre affezionati ai moltissimi personaggi tutti in fin dei conti  riconoscibili, intriganti e ben caratterizzati, coerenti nella loro assurdità come gli Dei non possono non essere.

Voto: 6,5



Post aggiornato in data: 11 maggio, 2009

Letto anche da joeCHiP:

titolo: American Gods
autore: Neil Gaiman
editore: Oscar Mondadori (collana "Piccola Biblioteca")
pagine 524
prezzo: € 9,00
ISBN: 88-04-52083-3
iniziato il: 23/10/2006
finito il: 02/11/2006
parla di: dèi

Mi prendo il merito di aver insistito e di aver sponsorizzato molto questo libro presso Aram, fino a convincerlo alla lettura (non dovetti faticar parecchio comunque) ...e il palese demerito di non averlo mai recensito io, se non ora con più di due anni di ritardo.
Fa nulla, il pianeta ha continuato a girare lo stesso, così come il blog...  anche se a dire il vero, con una recensione su Ozia che non ho mai condiviso fino in fondo... per cui eccomi a rimediare.
Personalmente questo libro mi è piaciuto dalla prima all'ultima pagina, e non è una cosa che mi capita così spesso. Ricordo esser stato uno dei tanti comprati "d'istinto" senza conoscerne la trama, un completo salto nel buio, e -deviazione mia- sono rimasto subito rapito da questa commistione fra reale e inverosimile che il più prolifico commentatore su questo blog dice invece di aver fatto fatica, all'inizio, ad accettare. Adoro i "giocattoli a uso e consumo dell'autore", si chiamino questi "American Gods", o "Q", o "Se una notte d'inverno un viaggiatore", o "Creazione", o metteteci voi il titolo che più vi sembra adatto: adoro "precipitare" senza punti di riferimento nei mondi fantastici nascosti nelle menti dei più disparati autori, soprattutto quando questo avviene senza preavviso.
Questo, è vero, sembra un libro in cui Gaiman si è lasciato prendere la mano, senza freni, in cui si è compiaciuto di creare qualcosa che dovesse piacere "a sé stesso" prima che a qualsiasi altro lettore, e con cui alla fine ha finito anche per giocare con i lettori, capovolgendo la storia come un cubo di rubik ad ogni comparsa di un nuovo personaggio.
Se devo trovarci una pecca, è che la frase per me più bella o quella almeno che mi è rimasta più impressa, non è "nel" libro ma "sul" libro, sempre di Gaiman, quando parlando di American Gods e degli "itinerari" che vi sono descritti avverte che tutto è narrazione, persino i luoghi e personaggi che esistono davvero... non esistono davvero come sono descritti qui... "soltanto gli dèi sono reali": ecco, se per lui gli dèi non fossero reali sono sicuro che non avrebbe potuto scriverlo, e se lo leggerete mantenendovi lucidi, mantenendo la consapevolezza che non siano reali... probabilmente non potrete apprezzarlo fino in fondo.
L'ho consigliato e regalato parecchio, fra amici e conoscenti, soprattutto a persone completamente estranee al genere, per poter scrutare il loro iniziale spaesamento, e per curiosità della loro reazione (credo che riveli molto di una persona la reazione ad un libro completamente inaspettato), consapevole comunque che, troppo peculiare, poteva e può suscitare entusiasmo come uno sbadiglio, a seconda del lettore: per qualcuno libro d'evasione o estivo, per altri saga epica, per alcuni, completo non sense.
A me, per quanto riguarda la trama, è piaciuta più "l'idea" della storia in sé che lo svolgimento vero e proprio, ma l'ho trovato comunque piacevole e poi lo stile di Gaiman difficilmente stanca, e non ricordo d'aver trovato punti "fiacchi" o d'aver mai pensato "non vedo l'ora che finisca" o "speriamo che fra qualche pagina il tutto prenda significato". Fra alti e bassi fisiologici: sempre sopra la media.
E' uscito in diverse edizioni mondadori: Urania a circa 3.50 euro, nella "Piccola Biblioteca Oscar" a circa 9 euro (prezzo di copertina di quando l'ho comprato io, mi è stato riferito che è aumentato fino ad arrivare ai 10,50 o più, ma non ho verificato), o nella solita collana "Strade Blu", a circa 16 euro (l'ultima volta che ho controllato).
Credo di aver già scritto in passato ciò che penso della "qualità" della carta e dei libri mondadori in generale (la "Strade Blu" resta a mio avviso una collana bellissima per contenuti, ma mortificata nel solito rapporto prezzo/qualità per quanto riguarda il "contenitore"...), per cui non saprei consigliarvi un'edizione piuttosto che un'altra, soprattutto non vorrei ripetere le solite critiche a carta, impaginazione, quarta di copertina... se siete molto dubbiosi optate ovviamente per la più economica che trovate, non sarò io a dirvi che avrete sbagliato (molti fra i libri più belli che ho mai letto sono Fanucci iper-economici resti di bancarelle, che già dopo pochi anni tendevano alla disgregazione, e oggi si sgretolerebbero tra le mani di chiunque provasse a riaprirli... o Oscar tascabili economici ingialliti prima del tempo, che persino io non ho più il coraggio di aprire o spostare); se per voi anche l'occhio vuole la sua parte e state magari scegliendo un regalo, allora la più costosa è più bella, con pagine più grandi, copertina un po' più rigida... anche se costa molto, molto più di quello che comprate, ed è giusto esserne consapevoli; se resta una cosa "per sé", l'edizione qui recensita resta un ottimo compromesso, e probabilmente quella più semplice da reperire.

Voto: 6.5
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Autori e generi: fantasy, narrativa straniera, gaiman, 2007
martedì, 12 maggio 2009

I Principi d'Irlanda


Edward Rutherford, pp. 776
Oscar BS Mondadori, EURI 12

Ho comprato questo romanzo desideroso di leggere un testo corposo sulla grande Storia, quella fatta di eserciti, battaglie, tragedie, eroi e magari  incursioni nella costruzione mitologica.  L' Irlanda mi pareva la cornice perfetta per un bel romanzone ai confini con l'epica. I Principi d'Irlanda è invece una collezione di piccole storie  che si intrecciano attraverso circa quattro secoli le vicende di un gruppo di famiglie nella regione di Dublino, inutile dire che la mia fame letteraria  di intrighi politici e mattanze belliche è rimasta dolorosamente insoddisfatta. L'Irlanda, i conflitti tra i suoi dominatori e aspiranti tali e lo sviluppo urbano di Dub Linn, lo stagno nero, costuiscono la trama di sfondo, il paesaggio più ampio che muta attraverso i secoli  al ripetersi delle vicende minori: amori, matrimoni, commerci, inganni e qualche scontro tra principi e ribelli. Scritto nella lingua semplice e universale dei Best Sellers, si legge facilmente in discreta simbiosi con l'ombrellone  e il caldo estivo. In questo il ricambio continuo dei personaggi da un capitolo all'altro aiuta ad evitare l'effetto mortale di altri  libroni medioevali ad alta tiratura, dove si giunge a pagina 800 per puro masochismo (yes mr. Follet, I'm speaking with you ).
Ha un seguito, I Ribelli d'Irlanda, che di sicuro non leggerò.

Voto: 5.5
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Autori e generi: romanzo storico, narrativa straniera, mondadori, 2008, rutherford
venerdì, 13 febbraio 2009

Gli amanti di Siddo.


Philip J. Farmer,  pp. 238
Urania Collezione, EURI 4,90

Continua, e credo non si fermerà a breve, la mia caotica esplorazione della fantascienza popolare dgli anni 50 e 60, grazie a qualche buon consiglio e ad Urania Collezione che associa prezzi economici,  buone postfazioni (come quella di Riccardo Valle contenuta in questo volume) e belle copertine (anche se questa non è delle migliori). Autori dalla fantasia travolgente, inclini alla sperimentazione,  ognuno tra opere semplici ed esercizi di stile piu' raffinati capace di contribuire al genere con un'idea spesso geniale o comunque feconda per le proprie  opere successive o per quelle di altri,  mostrando a volte una frontiera, altre abbattendo un tabu'. Farmer è tra di essi uno di quelli che ha cercato di aggirare il tabu' della sessualità, proprio a partire da questo rimanzo. Il sesso, come  spiega Valle, era uno dei pochi argomenti off-limits in un'epoca in cui a patto di non scandalizzare e di non superare le 200 pagine da mandare in stampa, gli editori delle riviste di fantascienza lasciavano agli autori  una grande libertà creativa, dimostrando che in letteratura in certi periodi e  disponendo dei talenti  giusti, lavorare anche sulla quantità puo' avere risvolti positivi.  Gli Amanti di Siddo (The lovers nella verisone originale) è ambientato per metà su una Terra dominata da una teocrazia repressiva e sessuofobica e per metà sul pianeta Ozagen una strana e un po' banale  parodia dei nostri anni venti, ma abitata da insetti decisamente troppo umanoidi.  L' ambientazione incentrata  nel  techno-totalitarismo religioso è molto suggestiva, così come lo sono lo sviluppo e la chiosa della storia d'amore che il protagonista vive su Ozagen ( chi, del resto, non si innamorerebbe di una Lathita?). Banale e poco verosimile è invece l'ambientazione  dominata dagli improbabili abitanti di  Ozagen che tra l'altro, come  si  scopre nella postfazione,  costituiva il nucleo della prima stesura del libro, mentre al contrario la parte iniziale è il frutto di riscritture successive che sembrano infatti  piu' mature e di piu' ampio respiro.  Il direttore della rivista di fantascienza che per prima pubblico' The Lovers , Samuel Mines, sosteneva che dopo dieci anni romanzi del genere dovevano essere superati, segno altrimenti che il panorama letterario del genere e il gusto dei lettori non erano avanzati. Dopo sessant'anni Gli Amanti di Siddo presenta tematiche   e scelte di stile di certo superati (soprattutto nel suo nucleo originale), ma resta una lettura piacevole e in fondo affascinante .

Voto:  5.5

26/02/2009 - Post scriptum:
E' morto ieri Philip Jose Farmer all' età di novantuno anni. Ultimamente la letteratura che ci piace o che ci piacerebbe leggere sembra ridotta ad un necrologio. Questo era il primo romanzo di Farmer che leggevo,  e la sensazione è simile a quella che si prova venendo a sapere che quell'acuto vecchietto con cui avevai fatto amicizia qualche giorno prima, è venuto di recente a mancare. Riposi in pace.

postato da: Aramcheck alle ore 14:45 | link | commenti | commenti
Autori e generi: narrativa straniera, 2008, science fiction, urania, farmer, collana urania collezione
giovedì, 22 gennaio 2009

Gang Bang


Chuck Palahniuk,  pp. 208
Mond. Starde Blu,  EURI 16

Dopo le prime cento noiosissime pagine, appesantite per ragioni necessarie alla narrazione dai nomi "numerici" dei protagonisti, il mio commento voleva esaurirsi nella seguente lapidaria considerazione:

L'ultimo libro di Chuck Palahniuk, definito in copertina come "il romanzo sul sesso che tutti ci vergognavamo di aspettare", non è buono nemmeno per farsi le seghe.

Giunto alla fine in uno sforzo di stima per l'autore,  seppur declinante,  posso aggiungere relativamente poco se non che non consiglio di acquistarlo, soprattutto al prezzo della versione non economica.  Avanzando nella lettura ci si affeziona un poco di piu' alla trama che per lo meno diventa intellegibile e al buono stile di Palahniuk che ritorna a fare  timidamente capolino di tanto in tanto, ma il romanzo lascia poco, davvero poco. Qualche lettore ha lodato con entusiasmo per fantasia e comicità l'infinita sequenza di nomi di film porno inventati e citati. Io,  che ho visto  tre o quattro volte Clercks (1994, quindici anni fa...), ho trovato il tormentone non molto originale, estenuante e meno divertente dell'esilarante cinematografia sciorinata a suo tempo da Randall (*).  Se Rabbia  aveva il difetto di voler strabiliare ad ogni costo fino alla  costruzione di un impianto narrativo incapace di stare in piedi ma conservava alcuni acuti del miglior Palahniuk, specularmente con Gang Bang si torna coi piedi per terra, si affronta un percorso piu' lineare e circoscritto  ma non si vede traccia  delle intuizioni e degli spunti di molti romanzi precedenti.

Non basta un argomento scabroso, non basta un tormentone e non basta la ripetizione di uno stile ormai familiare al (fedele) lettore.
Servirebbe qualcosa da dire e qualcuno a cui voler parlare.
Servirebbe la necessità della scrittura, ben oltre il dovere del proprio mestiere.

Fight Club e Invisible Monster  sono lontani anni luce e francamente un po' dispiace.

Voto: 5

(*) se non capite di cosa io stia parlanddo andate a vedervi Clercks.
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Autori e generi: narrativa straniera, erotico, palahniuk, mondadori, 2008, collana strade blu
lunedì, 29 settembre 2008

L'odissea di Glystra


Jack Vance, pp. 220
Urania Collezione, EURI 4,90

Breve romanzo ambientato  su un pianeta gigante ("Big Planet" è il nome originale della versione originale) ai confini dello spazio conosciuto, dove vengono mandati  reietti,  criminali, utopisti e tutti coloro che non vogliono conformarsi alle regole terrestri.  Vance racconta  la piccola odissea di una delegazione governativa  catapultata  in un contesto tecnologicamente piu' arretrato  del proprio a causa della scarsezza di metalli e insieme piu'   ricco e variegato nella popolazione e negli stili di vita:   quasi in una visita guidata  ai segreti, ai pericoli e alle culture di un mondo alternativo.  L' ambientazione è ricca e  coerente, la trama semplice e lineare: lettura leggera e avventurosa in linea con lo stile dominante nella fantascienza popolare degli anni '50.

Voto: 5
postato da: Aramcheck alle ore 14:57 | link | commenti | commenti
Autori e generi: narrativa straniera, 2008, science fiction, urania, jack vance, collana urania collezione
giovedì, 31 luglio 2008

L'igiene dell'assassino.


Amélie Nothomb, pp. 175
Guanda, EURI 8

Primo romanzo della Nothomb scritto nel 1992, prototipale rispetto ad alcuni schemi narrativi che torneranno in molte opere successive dell'autrice belga. La struttura dialogica, la fascinazione del male incarnato nell'antagonista istrionico che tiene in scacco fino alla risoluzione finale del conflitto un protagonista spesso relegato al ruolo di spalla, il numero ridotto dei personaggi, la ciclicità dei luoghi narrativi  e la raffinatezza delle stoccate e delle citazioni, la ricerca del finale ad effetto tramite ribaltamento di ruoli e prospettive. Opera prima a tratti un po' ingenua, ben scritta come sempre, che perde gran parte del proprio scandalo se giudicata tramite il percorso a ritroso di chi ha già letto le opere piu' recenti.  Felici, fertili, efficaci e dal tema raffinato... ma pur sempre schemi, che nel mio caso hanno svuotato in parte il piacere della lettura, banalizzando perfino il cinismo corrosivo della giovane Amélie. Indulgenza vorrebbe che schemi che sembrano ripetersi, vennissero letti in realtà come schemi che si ripeteranno, ponendoli nella prospettiva cronologica corretta. Così ragionerebbe un critico  quale io, volgare lettore, non sono né voglio essere.

Voto: 6-
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Autori e generi: narrativa straniera, nothomb, 2008, editrice guanda
lunedì, 07 luglio 2008

Denti bianchi


Zadie Smith,    EURI 9,40
Oscar Mondadori,  pp.552

Ha ventitré anni Zadie Smith quando scrive questo libro, vive e scrive nel ventre di Londra e a leggere Denti Bianchi non si direbbe affto di avere per le mani un'opera prima. La Smith è smaliziata al punto da potersi permettere una partenza piuttosto lenta in cui presenta una costellazione intera di personaggi destinati a passare sullo sfondo nelle pagine successive. L'inizio è simile a un lungo antefatto necessario a raccontare il legame tra due generazioni di immigrati  che lentamente tentano di integrarsi nel dedalo multiculturale britannico. Ogni pagina  è attraversata da un umorismo vivace e sottile che ricorda certi romanzi di Burgess in cui si muovono quasi per caso stralunati antieroi i cui piccoli gesti,  fissazioni e  contraddizioni, hanno una carica comica naturale e travolgente. E' tanto ben scritto, dicevo, che la Smith non si preoccupa di essere prolissa  sviluppando a pieno  una trama in cui per lunghi tratti non succede moltissimo. Senza che la lettura ne risulti troppo appesantita Zadie si prende il tempo per dare spazio e caratterizzazione ad ogni personaggio finché, nel finale a grancassa, tutti  convergono inesorabilmente verso una chiosa farsesca che chiude il sipario e si ricollega alla testa del romanzo.
Il tema centrale  è il rapporto tra integrazione e tradizione, in un mondo dove generazioni diverse di immigrati non ottenendo l'una spesso si rifugiano nell'altra. Per la seconda generazione, quella cui appartiene la Smith e il suo probabile alter ego Irie,  lo sguardo è confuso e offuscato dalla mancata esperienza del paese e della cultura d'origine che spesso finisce per essere mitizzata o deformata da un vissuto in fondo tutto occidentale: allo stesso modo l'esclusione vissuta nella terra stessa in cui si è nati risulta  ancora più paradossale e incomprensibile, fino a generare reazioni rabbiose e integraliste. Il romanzo fu scritto prima degli attentati degli ultimi anni e della scoperta, sconvolgente per gran parte dell'opinione pubblica europea, di come siano  spesso proprio i giovani della seconda o terza generazione le reclute piu' entusiastiche  del fanatismo integralista.
Questo in Denti Bianchi  c'era già.
L'autrice pero' gioca a lungo con  gli specchi e alcuni tra i personaggi apparentemente più religiosi e tradizionalisti si rivelano esempi di tolleranza quando, al dunque,  si misura il rispetto verso la diversità altrui. Specularmente appunto, gli ambienti ultralaici e profondamente British   mostrano a volte il volto di un occidente che, incapace di guardarsi dal di fuori, sviluppa ideologie scientifico/sociali e comportamenti privati fanaticamente egocentrici. Nell'incontro tra la realtà mutlietnica dei sobborghi, inquieta e perennemente in cerca del proprio senso d'appartenenza a costo di  ricostruirsene uno nel fenomeno inglesissimo della micro tribù o della banda giovanile, e la borghesia radical chic, coi suoi slanci civilizzatori  e i propri riti autereferenziali, il romanzo raggiunge il proprio esilarante culmine.
Anche "Denti Bianchi" , come Cittadina di seconda classe della Emecheta, l'ho  dovuto leggere  per dovere e senza questa spinta forse non lo avrei neppure sfogliato. Per prolissità e pause nell'andamento della lettura non si può dire che l'impianto narrativo della Smith sia già un meccanismo perfetto, però di talento ne ha da vendere ed è francamente bello vedere un' autrice agli esordi affrontare subito con tale sicurezza  una tela tanto grande.

Voto: 6,5
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Autori e generi: narrativa straniera, 2008, oscar mondadori, zadie smith
mercoledì, 02 luglio 2008

Screwjack


Hunter S. Thompson, pp. 54
Baldini e Castoldi, Euri 8

Genio e talento del Hunter Thompson sono tali da  emergere anche nella rapida lettura di questi tre racconti lampo, brevissime allucinazioni quasi in forma di appunti. L'operazione editoriale da 8 euro al pezzo pero' non ha  molto senso: si raggiungono le 50 pagine grazie al corpo dei caratteri, ai generosi spazi interlinea e alle pagine bianche tra un raccontino e l'altro. Roba per collezionisti, acquistata su Internet senza averla potuta sfogliare che al piu'  mette l'acquolina in attesa di avere per le mani  testi di piu' corposi e compiuti del Gonzo

Voto: 4
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Autori e generi: narrativa straniera, 2008, hunter thompson, editore baldini e castoldi
martedì, 01 luglio 2008

Cittadina di seconda classe


Buchi Emecheta, pp.380
Giunti,  EURI 11,50

Non esattamente il mio genere, è uno di quei libri che letti  per obbligo  si fanno poi apprezzare. Il titolo dell'edizione  originale  è  Ada's Story, dove Ada è l'alter ego letterario di Buchi che racconta su queste pagine un pezzo importante della propria vita di immigrata di prima generazione. L' autrice/protagonista è una donna nigeriana a metà strada tra due mondi:  la  cultura tribale, superstziosa e profondamente  maschilista in cui è cresciuta e l'ottima istruzione coloniale che da bambina, già ostinatissima, ha fatto di tutto per ricevere e che farà di lei prima un colletto bianco poi una scrittrice. Quando Ada parte per Londra ha già due figli, un marito in grado di procurarle soltanto problemi e nuove gravidanze e una visione idilliaca dell'Inghilterra e dei bianchi che verrà presto smentita da anni di meschinità, esclusione e razzismo vissuti sulla pelle. Pian piano ai maltrattamenti domestici si sostituirà la ribellione verso il marito, ai legami della famiglia allargata africana il sostegno paternalistico dello stato sociale britannico, finché sui soffocanti marchi di second class citizen, donna-madre  e  per di più nera cresce una nuova autoconsapevolezza con la scoperta dei diritti, dell' autonomia  e perfino del  talento letterario.  L'epopea normale dell'immigrazione è raccontata con candore quasi ingenuo ed estrema semplicità, anche perché forse la Emecheta all'epoca disponeva di un lessico inglese non ancora ricchissimo e tantomeno padroneggiava le malizie letterarie di una lingua non ancora completamente sua. Una narrazione vera, viva, drammatica e commovente che riesce a raccontare senza  troppa retorica né mielosa autocommiserazione (tranne quando questa è parte del  vissuto diretto della protagonista) l' eroismo sconfinato degli ultimi che vincono la propria battaglia  lontano dalle celebrazioni, sopravvivendo con tenacia ai i vortici dell'esclusione sociale.  Non il mio genere dicevo e per di più letto su commissione: probabilmente un lettore piu' motivato gli darebbe un voto motlo più alto.
.
 
Voto: 6
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Autori e generi: narrativa straniera, 2008, buchi emecheta, editrice giunti
lunedì, 28 aprile 2008

Diluvio di fuoco


Rene' Barjavel, pp.160
Urania Collezione, Euri 4,90

In un futuro abbastanza lontano  un'improbabile  guerra mondiale e un cataclisma elettrico che contravviene tutte le leggi della fisica conosciute gettano l'umanita' nel caos. Tra parentesi strampalete e cliche' sociali piuttosto triti, tutta la prima parte del romanzo si trascina traballante verso la chiosa finale in cui Barjavel puo' gettare, con toni biblici, le basi del proprio nuovo medioevo, il ritorno alle comunita' rurali e la messa al bando della tecnologia, percepita evidentemente dall'autore come malvagia e corruttrice.  Il curatore di Urania sostiene che questo, come altri romanzi di fantascienza di Barjavel, siano stati sottovalutati per la francofonia dell'autore e per alcune sue tesi reazionarie. A me e' sembrato soltato un romanzetto brutto e sciatto.

Voto: 4
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Autori e generi: narrativa straniera, 2008, science fiction, urania, barjavel, collana urania collezione
domenica, 27 aprile 2008

Mr. Sebastian e l'ombra del diavolo.


Daniele Wallace, pp.260
Newton Compton, Euro 9,90

Di questo romanzo di Wallace, gia'  autore del libro da cui  venne tratto Big Fish,  pare che Tim Burton abbia gia' opzionato i diritti per girare una nuova pellicola. Non so se  il film si fara' e se Wallace in cuor suo ci contasse, ma segnatevi questo: il personaggio di Marianne LaFleur  e' Helena Bonham Carter e sarebbe un vero peccato se dovesse interpretarlo un'altra.
Il romanzo di Wallace  e' una narrazione a piu' voci dove la vita del mago Henry Walker viene  raccontata per frammenti che ricompongono gradualmente il piano narrativo complessivo. Il meccanismo funziona dall'inizio alla fine. Wallace sembra creare un evidente parallelismo tra il modo in cui sceglie di raccontare la sua storia e il mondo all'interno del quale si muove il suo protagonista. In entrambi si rappresenta lo spettacolo della magia, lo stupore dell’impossibile e poi una coltre di trucchi e artifici, bugie e illusioni cui il pubblico pagante accetta di credere pur di potersi stupire.  Wallace lascia cadere un un velo  dopo l’altro finche'  alla fine, quando nel rituale dello spettacolo magico si celebra il prestige e dovrebbe scattare l'appaluso,  ci mostra nascosta dietro l’ultimo specchio la realta’ con la sua durezza e i suoi squallori. 
E’ la storia di un marchio  impresso ad una giovane vita e che finira’ per determinarne per sempre le sorti. Nella vita del protagonista  domina l'universo estetico dell’infanzia, in lui le chiavi interpretative dello stupore e del mistero resistono ostinatamente negli anni,  mentre le menzogne autoassolutorie degli adulti   maturano  fino a trasformarsi in cinici e inafferrabili demoni.   Wallace racconta usando trucchi raffinati che conducono attraverso inganni e giochi di prestigio ad  interrogarsi sulla realta’ che sta dietro le quinte, in questo si rivela lui per primo un grande illusionista,  allo stesso modo di come durante la lettura molti dei personaggi si distaccano dalla maschera grottesca dello stereotipo circense con cui vengono presentati inizialmente, mostrando pian piano tratti tragici e reali.
Quando alla fine lo spettacolo culmina e il quadro si ricompone, il cilindro che sfornava conigli torna ad essere un cappello, la gente lascia il teatro e torna a casa dove la attende una vita senza sorprese, in cui  si inganna soprattutto se stessi e  dominano impietosi  il caso, l'arbitrio e la banalita' del male.

Voto: 7+
postato da: Aramcheck alle ore 20:34 | link | commenti | commenti
Autori e generi: narrativa straniera, 2008, daniel wallace, newton comton
domenica, 06 aprile 2008

Il maestro e margherita.


Michail Bulgakow, pp.386
Einaudi, Euri 8

Riporto la copertina e i dati su prezzo e pagine dell'edizione Einaudi perche' e' la piu' econimica tra quelle recenti, ma in realta' quella che ho avuto tra le mani in questi giorni e' l'edizione della Biblioteca di Repubblica nella collana Novecento, uscita qualche anno fa insieme al giornale a  4,90 Euri. Su Ibs non e' riportato  il nome del traduttore della versione Einaudi, nella mia versione, ormai rintracciabile suppongo soltanto nelle bancarelle dei libri usati, la traduzione e' di Vera Dridso e  mi e' parsa impeccabile.  Scritto e rimaneggiato piu' volte nel corso di dodici anni in epoca staliniana venne pubblicato, in versione censurata, soltanto nel  66-67. Tipico esempio di romanzo nel romanzo quello principale e' ambientato a Mosca nell'epoca in cui visse Bulgakow, dove il Diavolo e la sua corte irrompono per portare lo sconquasso nel grigio mondo dei burocrati della cultura sovietica. Quello contenuto, e' invece  ambientato nella Gerusalemme degli ultimi giorni di Cristo, in una riscrittura dei vangeli che ruota intorno ai dubbi e alle trame di Ponzio Pillato. Frizzante, sensuale e magico,  il primo e' impregnato di elementi comico/satirici che dovevano avere una straordinaria carica liberatoria per un Bulgakow imprigionato in certe ottusita' della propria epoca. La comicita' e la satira di regime sono anche gli aspetti piu' esposti allo scorrere del tempo perche' piu' legati all'attualita' in cui vennero scritti, e quindi destinati a sbiadire un po' per il lettore contemporaneo, culturalmente lontano dalle assurdita' censorie della Russia di Stalin. Appartenenti a due registri narrativi diversi entrambe le storie sono pero' narrate con maestria che rasenta la perfezione. La vicenda biblica e' piu' lineare e semplice da seguire, anche per il numero ridotto dei personaggi che sono invece decine nella caotica e paradossale narrazione  moscovita, ed e'  scritta  in modo tale che la costruzione di ogni periodo appare sublime e cristallina, attualissima e immortale. 

Ci si innamora di Margherita, si vorrebbe partecipare al gran ballo di Satana, volare a cavallo di una scopa col suo seguito demoniaco per raggiungere un Sabba nel bosco, si partecipa, come avvenisse ora, al tormento di Pilato mentre scruta le guglie di Yerushalayim e si respira l'aria polverosa del calvario mentre intorno alla morte del mite Yeshua Hanozri (il nome aramaico di Gesu' Cristo), i suoi sodali e suoi persecutori ci vengono presentati sotto una luce del tutto nuova. Un voto ai classici preferisco non darlo, li ha gia' premiati il tempo e, anche qualora le loro pagine fossero coperte di uno strato troppo pesante di polvere, ma non e' affatto questo il caso,  credo valga quasi sempre la pena di affrontarne la lettura.

Voto: N/C
postato da: Aramcheck alle ore 11:14 | link | commenti (2) | commenti (2)
Autori e generi: narrativa straniera, einaudi, bulgakov, 2008, bulgakow, einaudi tascabili
lunedì, 10 marzo 2008

Starship Troopers

Oscar
Robert A. Heinlein,  pp. 342
Mondadori Oscar, Euri 9,20

Edito la prima volta da Urania negli anni 60 e  poi in seguito nella collana Urania Collezione dello stesso editore era diventato di recente praticamente introvabile, almeno al prezzo di copertina. Acquistarne una copia via web era arrivato a costare fino a 30 euro e richiedere gli arretrati a Urania stessa costa tre volte il prezzo di copertina, comunque piuttosto basso, più le spese di spedizione. Giunge dunque graditissima questa ristampa  nei Piccoli Oscar uscita quest'anno di quello che rimane un grande classico della fantascienza.  Se avete visto l'omonimo film dimenticatelo: in comune c'è l'ambientazione e poco altro. Quella che nella versione cinematografica è la storia di una guerra intergalattica,  nel romanzo originale è soprattutto la storia di un uomo e del suo rapporto con  la struttura militare nella quale è inserito, un romanzo, nelle intenzioni di Heinlein a suo modo anche formativo.  Starship Troopers è stato spesso accusato di essere un testo militarista. Lo è eccome! Racconta una storia che parla di militari e lo fa dal punto di vista di militari entusiasti del loro ruolo e della loro missione. Cose come il cameratismo, la gerarchia, la guerra e le armi esistono ed hanno da sempre il loro ruolo nella realtà:  la letteratura,  anche se può trasfigurarlo in infiniti modi, finisce col raccontare il reale. Ciò che conta davvero però è che non si tratta di un libro becero e le idee che propugna, gradite o no al lettore, derivano da una visione coerente del presente e del futuro con cui è interessante confrontarsi. Heinlein infatti non si limita a osannare l'atto di coraggio o la distruzione del nemico, quasi non lo fa affatto.  L'autore ipotizza un intero sistema sociale basato sul rapporto tra servizio militare e diritti politici, un sistema filosofico, una teorica scienza della morale, che lo giustifica e lo sostiene  partendo da considerazioni antropologiche e proseguendo per concatenazioni logiche successive, infine  una pedagogia  paternalistica che rende accettabili i cardini  su cui una tale società potrebbe fondarsi. Non c'è bisogno di essere d'accordo con uno dei colonnelli che descrive nel libro tale sistema come perfetto,(io non lo sono e  anzi mi piacerebbe avere il tempo di scriverne una confutazione), per riconscere quello che ci propone Heinlein come un punto di vista degno di essere discusso, un'intera visione del futuro dell'umanità e non soltanto una storiella di navi spaziali e ragni galattici. In alcuni punti  le tesi esposte in Starship Troopers, che trattandosi di fiction non è detto coincidano in tutto e per tutto con quelle dell'autore,  sembrano in polemica diretta con alcuni temi  tipici del '68(*),  pur essendo stato scritto più di dieci anni prima. Un brano recita più o meno così:

<<Nelle democrazie del XX secolo alla gente venivano  insegnati soltanto i diritti, nessuno ricordava loro che avevano anche dei doveri.[...] E' per questo che che quel nobile esperimento fallì miseramente.>>

Sfido anche l'hippie più inveterato a non leggerci un fondo di verità.

Voto: 7+
 
(*)"Straniero in terra straniera" sempre di Heinlein sarà  invece un libro cult di quel movimento.
postato da: Aramcheck alle ore 14:57 | link | commenti | commenti
Autori e generi: narrativa straniera, heinlein, mondadori, 2008, science fiction, oscar mondadori
venerdì, 29 febbraio 2008

Il cimitero senza lapidi e altre storie nere


Neil Gaiman pp. 219
Mondadori, Euri 15

Ultimamente mi è rimasto poco tempo per leggere, ne ho un po' soltanto la sera prima di andare a dormire. Malgrado la pila tremolante sul comodino che rischia di cadermi addosso nel sonno e vari libri lasciati a metà, ho cercato in libreria una lettura non troppo impegnativa da potersi fare a tappe. Così ho comprato questa raccolta di racconti sedotto dal titolo e soprattutto dalla copertina di Iacopo Bruno, che dallo scaffale mi parlava di favole dark e atmosfere alla Tim Burton. Anche se alcune storie sono trite e piuttosto infantili, tra cui una scritta da un Gaiman giovanissimo, la maggior parte rispettano in pieno le aspettative. Il ponte del Troll, Il prezzo, Cavalleria e Il cimitero senza lapidi sono racconti magistrali, piccole favole magiche, che confermano la bravura dell'autore nel creare atmosfere fantastiche. Soprattutto all'inizio tra alcune si intravedono collegamenti che poi restano, almeno mi è parso, insoluti, miraggi forse dovuti al fatto che molti dei protagonisti portano lo stesso nome. Non so se sia narrativa per ragazzi, non sono sicuro di distinguere la differenza, di certo è una lettura piacevole e credo che l'avrei pensata così anche vent'anni fa.

Voto: 6,5

postato da: Aramcheck alle ore 15:28 | link | commenti (2) | commenti (2)
Autori e generi: narrativa straniera, gaiman, raccolta di racconti, mondadori, 2008
sabato, 09 febbraio 2008

Le cinque stirpi


Markus Heitz,  pp. 635
Editrice Nord, Euri 19,90

Il genere  fantasy  propone una quantità inaudita di pessimi libri, pessimi autori e pessime saghe, per questo  pur essendone un lettore piuttosto accanito aspetto sempre qualche conferma prima di cominciare una nuova lettura. Heitz, che ha avuto un grosso successo in Germania ed è ben recensito dai lettori anche qui, non è tra i pessimi scrittori né particolarmente brutto o noioso è questo primo romanzo della saga, tuttavia non condivido neppure gli entusiasmi che ha generato altrove. Le cinque stirpi si legge bene e scorre via facile, alcuni personaggi sono divertenti  e ben collocati  e l'idea  di incentrare la saga sulla razza ben descritta dei nani , altrove quasi sempre marginale, funziona dall'inizio alla fine, gli elementi di originalità però si esauriscono tutti in questa scelta. L'ambientazione segue pedissequamente il registro tolkeniano, con oltre mezzo secolo di ritardo e senza conservarne  minimamente lo spessore e la drammaticità, fino al punto da poter sovrapporre quasi interamente personaggi e vicende dell'uno a quelli dell'altro. Le assonanze cominciano fin dall'ambientazione  nella Terra Nascosta che richiama in modo diretto la Terra di Mezzo , proseguono con le similitudini tra il mago buono e protettivo Lot-Ionan e Gandalf, tra lo stregone traditore Nudin che cambia nome in Nod'on il duplice e  Saruman che si trasforma nel multicolore, tra Sauron e le sue orde orchesche e l'entità demoniaca della Terra Estinta e le sue identiche orde... e si potrebbe continuare piuttosto a lungo. Il fantasy come altri generi ha naturalmente i suoi tòpoi  tratti prevalentemente dall' intreccio tra la favola e l'epica e dall'immaginario tolkeniano stesso che ne costituisce un classico assoluto, universalmente noto e riconosciuto tale.  Per questo forse  non si dovrebbe  pretendere l'originalità a tutti i costi, tuttavia Heitz sotto questo aspetto non si assume praticamente nessun rischio  e nei confronti del Signore degli Anelli fa qualcosa di  più simile a colorare diversamente il disegno tracciato da un altro che limitarsi a  rendere omaggio a un classico. Altra nota negativa è la prevedibilità dell'epilogo di certe sottovicende e del finale: il lettore normodotato arriverà a risolvere l'inganno alcune centinaia di pagine prima rispetto ai protagonisti.

E' già un paio di volte che mi trovo in libreria a soppesare la "Guerra dei nani", il secondo libro della saga(*), come fossi al mercato con in mano un frutto tutto sommato di mio gusto, ma costoso e visibilemente acerbo.    Magari quando avrò tempo e voglia di leggere  una favola  accattivante e leggera che non riserva troppe sorprese, potrei decidere di acquistarlo.

Voto: 6+

(*)Le cinque stirpi può essere letto come una storia a sé stante.
postato da: Aramcheck alle ore 18:22 | link | commenti (7) | commenti (7)
Autori e generi: fantasy, narrativa straniera, editrice nord, 2008, markus heitz
venerdì, 04 gennaio 2008

Omon Ra

COVER

titolo: Omon Ra (tit. orig.: "Омон Ра")
autore: Viktor Pelevin
editore: Mondadori (collanda "Strade Blu")
traduzione: Katia Renna, Tatiana Olear
pagine: 168
prezzo: € 10,33
ISBN: 88-04-46045-8
iniziato il: 13/10/2006
finito il: 22/10/2006
parla di: la corsa allo spazio nella russia sovietica

Premessa: Omon Ra è a mio personalissimo avviso un romanzo bellissimo.
E' stato il primo racconto "lungo" di Pelevin, conosciuto fino a quel momento soltanto per le sue storie brevi (leggasi Luci Blu e Mitragliatrice d'Argilla), ed è stato anche lo scritto che ne ha determinato l'ascesa nell'olimpo russo e americano degli scrittori: subito tradotto in inglese, è stato eletto "miglior libro dell'anno" da settimanali quali Newsday e Spin per il 1999 e gli ha garantito un successo planetario (dove per "planetario" ancora una volta si deve intendere: Russia, sua terra d'origine, Stati Uniti, mecca degli scrittori emergenti e centro nevralgico dell'editoria e della critica contemporanea, e alcuni paesi della vecchia europa, in quanto colpiti di riflesso dall'onda di marea causata da tanto clamore). Il libro è stato tradotto in meno di un anno in 12 lingue. In Italia, ovviamente, è stato pubblicato con un po' di ritardo...
Su Pelevin consiglio sempre e di nuovo di informarsi. In patria qualcuno all'inizio l'ha stroncato, per poi esaltarlo presentandolo come un vero evento generazionale (i suoi piu' grandi lettori ed estimatori sono i giovani russi), all'estero le critiche entusiastiche si sono sprecate (paragoni con Gogol', Bulgakov, Kafka, Borges, fino all'ormai famosa definizione del Times: "un Nabokov psichedelico per l'epoca del cyber"). In Italia la mia impressione è che ancora resti tutto sommato un autore di nicchia, anche se i suoi racconti sono pubblicati da diversi anni nella bellissima (e diffusissima) collana Strade Blu di Mondadori. Ma più che solo informarsi, consiglio sempre e di nuovo di leggerlo, possibilmente farsi un'idea propria, genuina, prima ancora di perdersi nelle critiche alle sue opere. Secondo me è fra gli autori che possono "far crescere" un lettore. Ammetto che a volte, spesso, non è una lettura semplice, e sicuramente è il classico autore che andrebbe letto in originale (per chi conosce il russo). Le allusioni, i richiami, i riferimenti alla realtà sovietica permeano quasi ogni pagina dei suoi scritti ed è difficile, se non impossibile coglierli per chi è nato e cresciuto "al di qua" della cortina di ferro se non si è un esperto di quella storia e di quella cultura (nonostate il preziosissimo lavoro delle traduttrici, le note semplicemente non bastano). Nonostante ciò, nonostate -penso- non si possa apprezzare "appieno" nella versione tradotta che ci è accessibile, è un autore che ti lascia qualcosa. Potrà piacere o non piacere, ma andrebbe provato.
Un aspetto affascinante del suo lavoro e della sua vita è che ogni suo romanzo è come se fosse stato scritto "in un'epoca diversa". Questo perché Pelevin ha vissuto appieno il disfacimento e la caduta dell'Unione Sovietica, il tentato golpe del '91, l'epoca Eltsin, poi l'ascesa del capitalismo brutale, infine la modernizzazione, e oggi l'autoritarismo presidenziale. In ogni suo scritto, il paese che aveva attorno era un altro paese. E per una volta non è una metafora: le Russia è stata davvero per molto tempo, ed è ancora oggi, senza preavviso da un giorno all'altro, un paese completamente diverso da se stesso, giorno dopo giorno. Come scrive egli stesso ad esempio di Omon Ra: "Ho fatto appena in tempo a scrivere questo romanzo, ho messo il punto alla fine dell’ultima pagina e il giorno dopo l’Unione Sovietica si è sgretolata. Penso sia stato letteralmente l’ultimo romanzo sovietico". Parlando di Vita degli Insetti: "di giorno in giorno cambiava tutto, un periodo di contraddizioni in cui non si capiva più se eravamo una società capitalista o altro". Per Il Mignolo di Buddha si puo' parlare di "periodo romantico" (come è stato ribattezzato dagli intellettuali russi l'ultimo periodo dell'epoca Eltsin). Babylon è stato scritto nel periodo forse di maggior democratizzazione, in Dialettica di un Periodo di Transizione dal Nulla al Niente riflette sulla russia di Putin, e così via. Questo turbinare di eventi e aspettative e emozioni e cambiamenti non sono mai citati direttamente ma influenzano l'umore, i comportamenti, la psicologia dei personaggi. Il risultato è a dir poco interessante. Appassionato di filosofie orientali e buddhismo zen, queste permeano ogni suo racconto: le storie sono spesso oniriche, grottesche, fantastiche, noir, metafisiche. In una bella recensione ho trovato la frase "Il tema postmoderno della sparizione della realtà è elaborato in senso nuovo: la metafisica sovietica si rovescia nel vuoto buddista". E' vero, e in alcuni suoi lavori come Il Mignolo di Buddha è un'esperienza devastante, ma è forse più di così: come nelle filosofie orientali dell'eterno divenire, è un rovesciarsi continuo, un fondersi e un confondersi dell'uno nell'altro senza che la ruota si fermi mai veramente.

Ho letto questo libro più di un anno fa, quindi non entrerò in dettaglio nella storia (non lo farei comunque come non l'ho mai fatto...). Posso scrivere di quello che mi è rimasto, e ciò che mi è rimasto può essere riassunto come: emozioni e immagini. Flash di situazioni grottesche sull'orlo della follia, che sono normalità in un mondo che ha perso il senno. Metafore che prendono vita. E' difficile rendere l'idea senza citare direttamente qualche porzione del testo, cosa che qui non voglio fare. Mi resta ad esempio l'immagine del protagonista legato su un letto, in una scuola che è anche ospedale e altro, che scopre cosa significa "insegnare con l'esempio" sulla pelle dei suoi fieri compagni di corso, o un'altra di lui piegato su una bici a pedalare follemente verso il niente, così come l'eco forte dei suoi pensieri e delle sue convinzioni che risuonano nel vuoto, l'assurdità dell'intera epopea che si trova a vivere e l'inganno nell'inganno nell'inganno, che risulta verità acquisita. Qualcosa che vale la propria vita. Un mondo nel quale nessuna vita ha alcun valore, eppure l'intero mondo non è altro che "un artificio" per innalzare la propria consapevolezza e coscienza. L'"inutile sacrificio" come l'unica cosa sensata da realizzare e accettare.
     "Il protagonista, Omon-Ra (il reparto speciale di polizia "Omon" e
      la sigla della "Rossijskaja Armija" suonano in russo come "Amon Ra",
      il dio egiziano del sole) fin da bambino sogna di diventare astronauta.
      Si iscrive all'accademia militare..."
...ma alto e basso si confondono, e per raggiungere le stelle bisogna scendere dentro se stessi...
Leggendolo ho trovato sorprendente l'accettazione di un mondo completamente assurdo da parte del protagonista. Ma ripensandoci oggi: per noi è veramente diverso? Il mondo che accettiamo tutti i giorni, è veramente logico, coerente? Le richieste che ci vengono poste, i sacrifici che facciamo per raggiungere le nostre mete, hanno davvero uno scopo, o questo viene creato dal nostro stesso sacrificio e solo con questo acquista un significato...? Spesso ci capita di metterci completamente in gioco per il raggiungimento di un qualcosa che... a ben guardare non esiste... e l'unica cosa che otteniamo davvero è una maggiore consapevolezza di noi stessi durante questo divenire, un prenderne coscienza che ci forgia... Pelevin attacca spietatamente ogni retorica, mostra il suo lato grottesco e tragico e comico e triste... ma non scrive mai "è assurda e pertanto va combattuta", nessun suo protagonista alla fine lascia un segno tangibile nel proprio mondo, lo cambia davvero: semplicemente apre gli occhi e lo vede per quello che è. Si ribella forse, lo combatte a volte, ma facendolo ne rimane comunque parte, ne segue comunque le regole. Non c'è alcuna retorica che possa essere abbattuta, assurda regola che possa essere cambiata. C'è il nulla, oltre quello: l'alternativa alla realtà è il nirvana, l'annullamento del tutto, non una realtà diversa o migliore. E forse l'idea che rimane è proprio che la messa in scena non è solo una pantomima della verità: è davvero essa stessa l'unica realtà, in questa come in ogni società umana.

Voto: 7.5
postato da: joeCHiP alle ore 02:33 | link | commenti (6) | commenti (6)
Autori e generi: narrativa straniera, 2006, pelevin, mondadori, collana strade blu
giovedì, 20 dicembre 2007

Estensione del dominio della lotta


Michel Houellebecq,  pp.152
Bompiani Grandi Tasc., Euri 6,8

Estensione del dominio della lotta è il romanzo di esordio di Michel  Houellebecq,  accostato da alcuni a Lo Straniero  e a  La Nausea . Il parallelo soprattutto nella prima parte è inevitabile e probabilmente frutto della scelta precisa dell'autore di ripercorrere quel solco narrativo, indagando sentimenti affini anche se calati nella realtà della nostra epoca. Rendendo  omaggio allo stile asciutto dei suoi illustri predecessori, ma con sferzate sarcastiche che ricordano più  Sartre  che Camus,  Houllebecq  descrive la nausea di vivere e l'indifferenza che ne deriva verso il mondo circostante adattate all'era dell'informatica e vissute negli ambienti del consumismo impiegatizio. L' Estensione racconta un distacco  silenzioso e vuoto, fatto di solitudine e frustrazione in cui si può fluttuare a lungo, molto a lungo,  finché la vita scivola via.

Nella seconda parte proprio la frustrazione strisciante  che deriva da modelli sociali e sessuali contemporanei e l'impossibiltà spesso di potervi partecipare e aderire realmente, produce uno scarto nella narrazione dove compaiono mano a mano follia, crudeltà, cinismo e disperazione. Tra  teorizzazioni a volte  discutibili(*) e non senza una certa cattiveria ferocemente nichilista, Houllebecq scava nel malessere del suo protagonista lasciando intuire  che nella sua alienazione, in fondo così comune, vivano i germi della psicosi omicida e dell'abbrutimento individuale e collettivo.

Per tutti coloro cui sia capitato almeno una volta nella vita di camminare nel corridoio del proprio ufficio come un fantasma, percependo i totem della pseudocultura aziendale, le sue  ipocrisie e i suoi miseri arrivismi, come un nulla algido e distante cui si vorrebbe essere anche fisicamente estranei.


Voto: 6,5 o forse più.


(*) Che  soldi-potere da un lato e sesso-seduzione dall'altro siano due domini gerarchici sembra a volte fin troppo evidente, che essi siano totalmente separati mi lascia invece scettico.
postato da: Aramcheck alle ore 12:21 | link | commenti (5) | commenti (5)
Autori e generi: narrativa straniera, houellebecq, bompiani, 2007, collana tascabili bompiani
mercoledì, 12 dicembre 2007

Deus Irae

Philip K.Dick – Roger Zelazny

Fanucci Editore, pagg.211

Euri 11,90

 

 

Quello che ho sempre ammirato in Dick è la capacità superiore di immaginare cose inesistenti, e di narrarne con una certa nonchalance. Tutti possiamo pescare nell’immaginario collettivo, possiamo trovarci anche chimere – esseri e fatti inesistenti ma comunque “previsti”.

Dick supera i confini della realtà e pure quelli della fantasia, portandoci nel suo peggiore dei mondi possibili…nel nostro domani. Ma non vedo nella sua opera quella sorta di autocompiacimento che ritrovo in altri autori nello scavare nell’abisso, per così dire, delle possibilità negative. Lo considero più un lucido profeta, che senza considerazioni etiche né sbavature romantiche ci accompagna in un luogo e ce lo mostra così com’è. Non credo che l’importanza delle storie raccontate dal Nostro nei suoi numerosi libri sia la trama, bensì le suggestioni che possiamo ritrovare nel corso della lettura; ecco, forse Dick ci offre i fondamenti per un nuovo immaginario, aperto a tutto.

Anche al rovesciamento delle basi della Religione: che seguiamo o meno una credenza, una pratica piuttosto che un’altra, nel nostro immaginario la Religione è un aggregato di speranza in qualcosa che va aldilà del nostro sguardo. Il Dio della post-post-modernità è un Dio dell’Ira. E’ quello che ha distrutto il mondo come noi oggi lo conosciamo, rendendolo una specie di circo popolato da aborti di ogni genere- ciò che oggi consideriamo “normale” vi è bandito. E’ una divinità che sta in alto ma soprattutto in basso, non se ne vede lo scopo ma se ne riconosce la potenza- forse il fatto è che dopo l’Apocalisse, i mezzi assumono infinitamente più valore del fine. Perciò ogni essere senziente ha il suo, fatto su misura. Le lucertole giganti credono nell’Alba, perché ogni giorno scaccia l’oscurità.

Ci sono  anche Cristiani in giro, ridotti allo stato di setta, e (volendo) si  subodora addirittura l’eventualità di un ricorso storico.

E questa volta, nel giro turistico del futuro, troviamo anche uno scampolo di "morale", non enunciata ma come mostrata per immagini.

Un libro che mi ha emozionato, toccandomi un po’ più il cuore del cervello di quanto abbiano fatto gli altri romanzi di Philip K.Dick. Suppongo che questo effetto sia dovuto alla collaborazione con lo sconosciuto (a me) Roger Zelazny; mi piace pensare che quest’ultimo abbia aggiunto un tocco di “umanità” al genio del Maestro.

 

VOTO: 7 1\2

 

postato da: lilith979 alle ore 14:39 | link | commenti (9) | commenti (9)
Autori e generi: narrativa straniera, dick, fanucci, science fiction, 2007, collana collezione dick
sabato, 08 dicembre 2007

Il Signore di Troia


David Gemmell, pp 479
Piemme Pocket, euri 6,5

Il Signore di Troia è il primo di tre romanzi storici dedicati al periodo degli eroi della guerra di Troia, descritta da Omero.
In questo romanzo Gemmell approfondisce la parte precedente al più famoso assedio della storia ( o della fantasia...). L'autore si focalizza soprattutto sulla figura di Elicaone (Enea) o "Uomo d'Oro", principe di Dardania e ci avvicina molto a capire i sentimenti estremamente complessi che attraversa durante l'intreccio del romanzo.
La sua rilettura di alcuni personaggi molto famosi come Ulisse è quanto di più credibile possa essere al giorno d'oggi. Affiorano man mano nel testo altri protagonisti di questa epica storia: Paride, Andromaca, Anchise, Priamo e moltissimi altri. Di ognuno di loro Gemmell traccia i contorni e li riempie con maestria, dandoci idea di chi potevano essere e delle loro ragioni, i motivi che potevano spingerli a determinate azioni e soprattutto i loro stati d'animo.
Nonostante l'enorme distanza da quell'epoca riusciamo a calarci integralmente in quei posti ma soprattutto nei costumi, grazie all'interpretazione storica che ci trasferisce lo scrittore.
Sicuramente una storia da "rileggere" con gli occhi di D. Gemmell.

Voto: 7
 
postato da: uthertepes alle ore 15:08 | link | commenti (2) | commenti (2)
Autori e generi: romanzo storico, narrativa straniera, piemme, 2007, gemmell, collana piemme pocket
venerdì, 30 novembre 2007

Il dottore è ammalato.


Anthony Burgess, pp.281
Fanucci Immaginario, euri 14

Negli anni '60 viene diagnosticato ad Anthony Burgess un tumore al cervello e lo scrittore, per lasciare traccia maggior di sé e una rendita alla moglie, si getta nella stesura di cinque romanzi in un solo anno.  Da quella vicenda drammatica prende spunto questa trasposizione umoristica e soltanto in parte amara.  Fortunatamente per lui, la diagnosi si rileverà sbagliata e Burgess morirà soltanto negli anni novanta.
Acrobata del linguaggio, Burgess riempie la sua prosa di giochi linguistici, neologismi, fantasiose composizioni e dissertazioni filologiche. Ognuno dei pittoreschi personaggi, non ultimo il protagonista dottore in linguistica,  ha una propria parlata peculiare, uno slang  e mille storpiature, che che ne costituiscono il personale idioletto. Alcune scelte della traduzione sono forse discutibili come quella di aver tradotto tout-court  il cocknee con una sorta di romanesco rivisitato, invece di impiantarne le storpiature sull' italiano, resta comunque difficile dire, senza controprova, se l'effetto sarebbe stato migliore o meno. Di sicuro la traduzione di questo libro è stata un'impresa titanica  e un lavoro d'inferno dove oltre ai neologismi e giochi lessicali ci si è dovuti muovere in mezzo a doppi sensi, riferimenti allusivi, assonanze fonetiche, allitterazioni e filastrocche piene di citazioni.  Gran lavoro che, anche in un romanzo dalla trama   non sempre travolgente ma spesso spassosa, permette di intuire la bravura  di Burgess e la passione sfrenata che doveva nutrire per il linguaggio. Cio' non toglie che per apprezzare a pieno il romanzo   andrebbe però  letto in inglese e, possibilmente, da un inglese.

voto: 6
postato da: Aramcheck alle ore 12:08 | link | commenti (3) | commenti (3)
Autori e generi: narrativa straniera, fanucci, burgess, 2007, collana collezione immaginario
mercoledì, 14 novembre 2007

I figli di Hùrin


J.R.R Tolkien, pp.325
Romanzo Bombiani, Euri 20

Un romanzo inedito di Tolkien? Ma non era morto? Sì, e da un pezzo e non si tratta in realtà di un inedito.
La storia era già contenuta nei "racconti incompiuti" e qui viene ripresentata  come una narrazione organica e indipendente, ritradotta e curata nella ristesura finale dal figlio dell'autore Cristopher Tolkien.

Fatta questa doverosa premessa, iniziamo col dire che l'edizione Bompiani è completa e curatissima.  Prefazione, introduzione,  postfazione,  note fonetiche,  alberi genealogici, mappe,  indice  dei nomi e una nuova eccellente traduzione ne fanno già di per sé un lavoro interessante e ben contestualizzato e non una semplice operazione di cosmesi editoriale. Non da ultimo le belle illustrazioni a colori di Alan Lee completano ottimamente l'opera dal punto di vista grafico.

Le differenze stilistiche rispetto al "Signore degli anelli" sono notevoli ma giustificate. Nell’universo di Tolkien il tempo in cui si svolge il Signore degli anelli è un tempo storico prossimo o per lo meno certo e questo emerge dallo stile e dal dettaglio con cui  la vicenda viene narrata. Quello dei figli di Hurin, nello stesso sistema narrativo, è invece un tempo remoto e leggendario, di cui si perdono molti dettagli, nel quale l’autore vuole farci sentire l’influenza del tramandare orale che attraversa i secoli e le generazioni e richiama quello lirico del poema antico. Nella prima stesura la storia di Hurìn e dei suoi discendenti venne effettivamente vergata da Tolkien in forma di poema epico che, pur contando piu’ di quattromila versi, rimase incompleto.

Quello in prosa edito da Bompiani è un racconto  fiabesco ma  soprattutto tragico nel quale,  tra i molti personaggi e le loro vicende intrecciate, domina la scena Tùrin Turanmbar figlio di Hùrin e discendente di Hador. Tùrin ha tutte le caratteristiche dell'eroe, dal lignaggio al carisma in battaglia nelle vesti generale, dalla straordinaria abilità con la spada al coraggio temerario, eppure la sua dimensione eroica non si realizza mai compiutamente ed egli resta fino in fondo un antieroe impulsivo e scontroso, talvolta sanguinario, che più tenta nella sua cerca(*) di riscattare il proprio onore e il destino della sua stirpe più si addensa intorno a lui l'ombra di Morgoth e della sua maledizione.

Si ricordi che nella mitologia Tolkeniana narrata nel Silmarillon Morgoth è Melkior, quindi non un personaggio malvagio, ma il male stesso. Nella cosmogonia di Tolkien Melkior è prima dell’esistenza stessa del mondo materiale, cioè Arda la terra, il figlio ribelle di Iluvatar il creatore, che col proprio atto di ribellione sancisce la nascita del male e delle tenebre. Hurin, Tùrin e i grandi regnanti elfici affrontano Morgoth fisicamente, lo guardano negli occhi e giacciono nelle sue stanze di tortura. Il misterioso e potente Balrog che per poco non uccide Gandalf nel signore degli anelli è una figura leggendaria proveniente da un’altra epoca, quella appunto narrata nei figli di Hurin, in cui i Balrog sono i capitani dell’esercito di Morgoth e camminano liberi tra gli uomini, falciandoli e minacciandone le stirpi. In questo tempo ciò che per Frodo e i suoi coevi è l’oscuro mito di un passato remoto e dimenticato rappresenta una minaccia reale e tangibile.

L’obbiettivo più ambizioso che può porsi la letteratura fantasy è proprio quello di rievocare l’epica, genere letterario tra i più antichi e nobili spazzato via dalla modernità, attraverso la costruzione fantastica. Nessun autore si è nemmeno lontanamente avvicinato a un tale traguardo quanto Tolkien, e “i figli di Hurin” non fa eccezione.


Voto: 7,5


(*) Il tema della cerca è il cuore stesso della fabula, se ben ricordo secondo Greimas, e nessuna delle opere maggiori di Tolkien se ne discosta in questo senso.
postato da: Aramcheck alle ore 17:08 | link | commenti (4) | commenti (4)
Autori e generi: fantasy, narrativa straniera, tolkien, bompiani, 2007
martedì, 06 novembre 2007

L'ombra della profezia. (9°libro delle CGF)


G.R.R. Martin, p. 476
Mondadori,  Euri 18,70

Il quarto libro delle "Cronache del Ghiaccio e del Fuoco" ( nono nella versione italiana) è uscito nella versione inglese col titolo dei "A feast for crows" e spezzettato in due volumi, il primo uscito lo scorso anno col titolo "Il dominio della regina" ed il presente  "L'ombra della profezia" apena fresco di stampa. A parte l'indecente aggravio economico che lo spezzettamento porta nelle tasche del lettore italiano, non si capisce nemmeno perchè il titolo evocativo "Un banchetto per i corvi" sia stato accantonato visto che le traduzionii precedenti avevano sempre mantenuto il titolo originale almeno su uno dei volumi su cui era stata spalmata la pubblicazione. Misteri della Mondadori.
Come nella prima metà di "A feast for Crows" ci si muove nel continente occidentale, stavolta principalmente  sull'asse Cersei, Jaime, Samwell, Brienne con sporadici zoom sulle vicende di Aria, Sansa,  casa  Martell e  casa Greyjoy.  "L'ombra della profezia" chiude impeccabilmente  l'intreccio su alcune vicende minori, svela retroscena opachi fin dal primo libro e soprattutto  prepara il terreno al prossimo e risolutivo romanzo "A dance with Dragons", con prototipo del lettore-tossico presumibilmente ai massimi livelli di astinenza.  E nel prossimo  romanzo appunto, che Martin sta ancora scrivendo,  i titoli dei capitoli saranno  Davos,  Bran, Jon  ma soprattutto  Tyrion  e Daenerys...

voto: 7- (sorvolando sulle scelte della casa editrice)

Aggiornamento del 06 novembre.
Letto anche da uthertepes:
Sono d'accordo con aramcheck sulle chiusure in merito alle vicende minori (finalmente!), per il resto Martin riesce a mantenere molto alto il livello delle sue "Cronache". E' sempre difficile "staccare" da un capitolo all'altro, nell'ansia di ritrovare in fretta il protagonista del passo appena terminato. Ma si dimentica in fretta tra le pagine dei capitoli successivi, avvolti rapidamente dagli intrecci di altri personaggi.
Ho messo il segno al capitolo in cui Septon Meribald narra degli "uomini spezzati", bellissimo.

voto: 7
postato da: Aramcheck alle ore 11:00 | link | commenti (2) | commenti (2)
Autori e generi: fantasy, narrativa straniera, mondadori, george martin, 2007, r r martin
venerdì, 02 novembre 2007

Rabbia.


Chuck Palahniuk,         pp.355
Mondadori Strade Blu, Euri 16

Più leggo i nuovi romanzi di Palahniuk e più mi convinco  che i migliori lavori restino i primi che scrisse: Fight Club (1996), Invisible Monster (1999), Soffocare (2001) e la prima metà di Survivor (1999)(*).  "Rabbia" , come in parte i suoi predecessori più recenti Ninna Nanna e Diary, non si può dire sia scarso e, per chi conosce l'autore, mantiene alcune aspettative senza però superarle mai, attenendosi ad esse, facendo balenare l'idea che queste stiano diventando dei limiti. Lo stile di scrittura resta vivace e crudo,   alcuni capitoli sono magistrali, il ritmo costantemente alto e la ricerca di forme sperimentali  di prosa  è in questo caso l'anima stessa del romanzo. La fantasia dell'autore cavalca libera, anche troppo, finchè la necessità di essere fedele a se stesso stupendo in continuazione il lettore porta a sviluppi della trama acrobatici quanto inconcludenti. La biografia postuma del protagonista viene ricostruita collezionando centinaia di  frammenti in forma di testimonianze restituite da chi lo conobbe:   a partire dall'infanzia in una  grottesca e isolata  provincia americana(**), attraverso pandemie, fenomeni erotico-soprannaturali, deformità, improbabili viaggi nel tempo, paradossi  (eu)genetici, zone liminali, pratiche automobilistiche estreme sospese tra gioventù bruciata  e la carnevalata, omicidi, ghettizzazioni futuribili su base temporale invece che geografica, sesso, sangue,  serpenti a sonagli e ogni sorta di secrezione organica. Francamente troppo in 350 pagine, per un romanzo che parte bene e poi accelera in continuazione continuando a gettare carne sul fuoco, restituendo la sensazione che l'autore sia divorato dall'ansia di non essere banale, il fatto  è che perfino una grancassa di fuochi d'artificio  alla lunga smette  di stupire se  non  concede, tra una fiammata e l'altra,  un pò di palcoscenico al buio silenzioso che le  fa da sfondo. E' un peccato, perchè tutte le volte che Palahniuck comincia a narrare verrebbe voglia di seguirlo ovunque.
 


(*) Quest' ultimo in particolare è un romanzo bifronte la cui efficacia precipita a partire esattamente dal centro del volume
(**) Secondo me la parte migliore del libro.


Voto: 6--
postato da: Aramcheck alle ore 19:51 | link | commenti (3) | commenti (3)
Autori e generi: narrativa straniera, palahniuk, mondadori, science fiction, 2007, colana strade blu
martedì, 23 ottobre 2007

I pilastri della terra.


Ken Follett , pp. 1030
Mondadori, Euri 14

Di solito non leggo i vari Follett  ma  questo libro mi è stato consigliato da amici di buone letture, così ho fatto un'eccezione. Tra l'altro trattandosi di  un romanzo storico di ambientazione medioevale (per la quale ho un debole) e non del solito thriller, ho pensato che in teoria avrebbe potuto  incontrare maggiormente il mio gradimento. Il ché invece non si è verificato. 
L'intreccio narrativo  si sviluppa su due binari fondamentali, quello principale che comincia nel prologo e si conclude, peraltro abilmente, all'ultima pagina e quello che tiene in piedi le mille pagine di mezzo basato sull'estenuante lotta tra protagonisti e antagonisti. Questo secondo binario si ripete eternamente uguale a se stesso, continuamente rinnovato dalla malvagità totalitaria degli antagonisti. Totalitaria è la  loro spregevolezza che non risparmia mai niente e nessuno:  né affetti, né  amici, né  parenti, né alleati, né ovviamente i protagonisti che, vessati e gettati nella polvere infinite volte, ottengono puntualmente la rivalsa grazie alla propria ingegnosa e instancabile operosità.  Questo semplice schema è ripetuto in lungo e in largo per tutto il voluminoso romanzo semplificando  la vita al lettore con continui richiami alle trame precedenti per evitargli di perdere il filo, il tutto con l'obbiettivo apparente di rendere sostenibile  un' ingiustificata e biblica prolissità(*).
A parte l'uso di termini  tecnici sull'architettura dell'epoca, tra l'altro difficilmente visualizzabili per il profano, per il resto la prosa di Follett è di una  banalità imbarazzante. Se una volta entrati nella trama inevitabilemente ci si interessa a quel che il narratore racconta  mai, dico mai, si è colpiti  per come  lo racconta(**). Tutto sembra costruito all'insegna della letteratura ad alta digeribilità, per un lettore distratto e scostante che viene condotto per mano in una lunga vicenda serializzata nei temi principali che non tradisce mai le aspettative  e di conseguenza neppure mai stupisce davvero. Alcuni personaggi ben caratterizzati (tutti tra i buoni) e la ricostruzione storica che appare dettagliata con una certa cura anche nel descrivere quelli che dovevano essere i meccanismi economici dell'epoca, saranno di certo apprezzabili, ma non giustificano secondo me tutto questo gridare al capolavoro.  E' letteratura di evasione come ce ne è tanta (ed in altri casi sono il primo ad apprezzarla),  tesa in questo caso ad incontrare a tutti i costi i gusti del maggior numero possibile di lettori. Non ho mai pensato che il romanzo  sia una monade  e che lo scrittore debba per forza scrivere soltanto per se stesso, ma tra tener conto delle attese del lettore e chinarsi ad allacciargli le scarpe, francamente  ce ne passa. Questo tra l'altro è anche il motivo principale per cui non leggo i vari Follett.

Voto: 5

(*) Non fosse stato che ormai era tardi, avrei mollato a pagina 800, come se non ricordo male ha fatto invece  Prion uno dei pochi a non apprezzare I Pilastri.
(**) E qui più che altrove dovrebbe invece vedersi il talento dello scrittore.
postato da: Aramcheck alle ore 13:30 | link | commenti (16) | commenti (16)
Autori e generi: romanzo storico, narrativa straniera, mondadori, 2007, ken follett, collana best sellers
sabato, 13 ottobre 2007

Confessioni di un artista di merda


Philip K.Dick,  pp. 256
Fanucci Imm. Dick, Euri 11,99

Uno dei pochi romanzi di Dick ambientato nel presente in cui venne scritto e  senza alcun elemento riconducibile alla  Science Fiction. Vi compaiono molti temi comuni a quasi tutti i romanzi di Dick   come la difficoltà nelle relazioni interpersonali, le figure femminili forti e quasi autoritarie, spesso manipolatrici,  eppure perennemente insoddisfatte, gli evidenti riferimenti autobiografici e  la ricerca sui meccanismi psicologici che  costruiscono i rapporti all'interno di una piccola comunità.  La narrazione dedica ogni capitolo alla prospettiva di uno soltanto dei personaggi, tutti ben costruiti, mentre  la soggettiva di Theodore Isidore (il costruttore di  androidi  domestici di "do the androids dream electric sheep? ") fa da collante alla vicenda. Isidore è stupido e credulone e Dick sembra suggerire che proprio per questo è anche sincero e fondamentalmente altruista,  a tutti gli effetti un puro la cui ingenuità fornisce al lettore una versione terza dei fatti non deformata dal coinvolgimento interessato degli altri protagonisti. Isidore è l'artista di merda del titolo, che svela con candore ipocrisie e piccoli inganni perchè non li capisce, gli sono talmente estranei  da ignorare le conseguenze della loro rimozione in un reticolo di rapporti interpersonali che si fonda su di essi.
Il futuro di Dick esaspera e deforma le contraddizioni della nostra epoca  al filtro delle fobie dell'autore spesso,  come in questo caso, rielaborando il tutto in un contesto sociale ristretto:  questi stessi elementi presentati nella loro ordinarietà hanno una forza diversa, si avverte un calo di intensità. Il romanzo non è brutto  ma si perdono tutte  le componenti  visionarie, profetiche e allucinatorie della scrittura di Dick, e con esse  si perde buona parte del rapimento della lettura. Peccato, da un autore del genere e con un titolo così mi aspettavo di più.

Voto: 6--
postato da: Aramcheck alle ore 12:46 | link | commenti (10) | commenti (10)
Autori e generi: narrativa straniera, dick, fanucci, 2007, collana collezione dick
domenica, 30 settembre 2007

La voce del fuoco.


Alan Moore,  pp. 329
Edizioni BD, Euri 16,50

Moore conosce per nome tutti i fantasmi della propria terra e in questo libro non si limita a  raccontarli, piuttosto li evoca  lasciandosi possedere e  restituendogli la voce. Dodici racconti,  un luogo, seimila anni di storia. Un lungo esperimento linguistico  in cui recuperare linguaggi e prose perdute, storie popolari e miti che si sovrappongono nel corso dei secoli. I più antichi lasciano tracce sui succesivi, si confondono con essi e si ritualizzano costruendo tradizioni, ibridi monumenti alla memoria ancestrale di una terra. Dal neolitico ai secoli bui fino  all'autore stesso, uomo del nostro tempo e ultimo sciamano,  testimone e custode  della costruzione magica del mondo.

Alan Moore è noto soprattutto per essere considerato uno dei i migliori autori di fumetti esistenti (tra i titoli più famosi Watchmen,  V for Vendetta, From Hell),  questo romanzo è del 1995 ma, a quanto ne so,  è stato  pubblicato per la prima  volta lo scorso anno in Italia in questa bellissima edizione della BD. "La voce del fuoco"' è stato scritto in cinque anni e non va letto in pochi giorno,  l'attenzione  dedicata alla costruzione delle atmosfere e dei percorsi storici piu' che sull'azione o sulle brevi trame, lo rendono  più adatto ad essere gustato che divorato. Ogni storia veste panni diversi, spesso con i tempi del racconto orale,  le diverse realtà evocate richiedono una sosta, ci si immerge nella narrazione senza frenesia. Il primo racconto  in particolare, il  più lungo di tutti, è scritto  tentando di ricostruire il parlare neolitico, nella povertà del lessico e nell'assenza di punteggiatura molto può sfuggire e senza uno sforzo è facile perdersi.
Si potrebbe dire che "La voce del fuoco" fa selezione all'ingresso.

Belle  la copertina e la rilegatura, come spesso capita alle edizioni BD, l'edizione italiana dell'opera di Moore è anche un bell'oggetto. Sullo scaffale della  libreria fa la sua porca figura.


Voto: 7+
postato da: Aramcheck alle ore 13:37 | link | commenti (10) | commenti (10)
Autori e generi: dark, narrativa straniera, horror, alan moore, 2007, edizioni bd
venerdì, 21 settembre 2007

Chiedi alla polvere.


John Fante, pp. 224
Einaudi SL, Euri 9,5

Dicono che i lettori di John Fante si dividano tra quelli che adorano "Chiedi alla polvere" e quelli che preferiscono il più maturo "La confraternita dell' uva" (o "del Chianti" titolo col quale uscì la prima volta in Italia). Io appartengo di sicuro ai secondi, ma a questo bel romanzo riconosco almeno due grandi meriti: il primo è che, si dice,  Bukowsky prese la decisione di cominciare a scrivere dopo averlo letto, e non è cosa da poco,  il secondo è che dopo sessant'anni conserva una  freschezza e una vivacità  incredibili nello stile di scrittura. 

Voto: 6.5
postato da: Aramcheck alle ore 10:22 | link | commenti (3) | commenti (3)
Autori e generi: bukowski, narrativa straniera, fante, 2007
mercoledì, 29 agosto 2007

American Psycho


Bret Easton Ellis, pp.552
Einaudi Tascabili ET, Euri 11

Wall Street e la New york degli Yuppies, la nuova borghesia rampante ed edonista, gli anni ‘80 e un’intera classe composta da divinità belle e onnipotenti ma moralmente abbrutite, dove nessuno riconosce nessuno, mondi isolati che si osservano distanti. Di tutto questo vengono estremizzati i caratteri fino all’inverosimile raccontando un vuoto morale abissale che come tale può essere riempito indifferentemente di champagne, psicofarmaci, cocaina o, come fa Patrick Bateman, di sangue. Con stile  asciutto e incalzante Ellis racconta un mondo frenetico e mortalmente noioso, completamente esteriore, anaffettivo, maniacalmente estetizzante, dove per una nobiltà giovane e già decadente il denaro è qualcosa di scontato e omologante.
Tutto in queste pagine è estremo ed Ellis  con il lettore usa la frusta. L’accostamento maligno tra pornografia, in cui le donne hanno nelle mani di Patrick al più la dignità di un playmobil, e una violenza talmente efferata che Arancia Meccanica a confronto è roba per mocciosi trascina continuamente il lettore infoiato dalla prima in mezzo alle viscere penzolanti della seconda, costringendolo a ripercorrere (e dunque a confrontarsi) coi contorti percorsi mentali del protagonista psicopatico. American Psycho è duro, durissimo, ma è il fatto stesso di evocare un “abisso etico”, la stessa presenza del baratro, ad imporre che se ne esplorino fino in fondo le profondità. Ed Ellis non si ferma davanti a nulla, fin quasi in molti tratti a tirarla per le lunghe, dedicandosi a vivisezionare l’orrore nel dettaglio, centimetro per centimetro. Del resto la narrazione è in prima persona e come potrebbe il mostro , se davvero è tale,   risparmiare al lettore cio’ che non risparmia alle proprie vittime e, in definitiva, a se stesso?

In American Psycho non c’è catarsi né salvezza, e quando il male guarda in faccia se stesso e cerca l’annullamento e una qualche forma di pace nel giudizio della società, scopre che questa non lo riconosce e non lo giudica in quanto è lei ad averlo prodotto: essa è l’abisso stesso.

Ho visto anche il film che, anche se mi è piaciuto, sembra una versione ben fatta ma sbrigativa e parziale  del romanzo di cui esalta gli aspetti surreali, da farsa macabra,  annacquando la crudezza e il sarcasmo della prosa. Tra l'uno e l'altro passa un po' la stessa differenza che c'è tra il sangue e il succo di pomodoro.

Voto: 7,5

postato da: Aramcheck alle ore 21:31 | link | commenti (8) | commenti (8)
Autori e generi: narrativa straniera, noir, einaudi, ellis, 2007, einaudi tascabili
giovedì, 09 agosto 2007

L'uomo disintegrato.


Alfred Bester, pp. 292
Urania Collezione, Euri 4,90

Per la SF mi affido volentieri ai consigli di JoeCHIP o come in questo caso di I&I e anche se ognuno ha i suoi gusti continuo a trovarmi bene e a ringraziare per le dritte. "L'uomo disintegrato" è un giallo avventuroso di ambientazione SF a dir la verità un po' datata. Pieno di spunti interessanti e capovolgimenti di prospettiva   che lo rendono a tratti avvincente, si legge velocemente e con piacere. Il voto me lo fa  tenere basso la debolezza di certi punti della trama e lo stile di Bester che non mi fa esattamente impazzire. Inoltre ho la sensazione che  la fantascienza  a seguire (quella che conosco) abbia steso un velo di polvere su romanzi di questo genere, sensazione che non ho avuto leggendo altri scrittori di quel periodo. 
Comunque un classico che vale tutti i suoi 5 euri.

Voto: 6-

Offtopic: Ho problemi a trovare in rete il catalogo di Urania per consultarlo ed eventualmente  acquistare arretrati (sulla stessa collana DEVO avere "Starship Trooper" di Heinlein) qualcuno sa darmi una mano?
postato da: Aramcheck alle ore 15:30 | link | commenti (9) | commenti (9)
Autori e generi: narrativa straniera, science fiction, urania, alfred bester, collana urania collezione
lunedì, 06 agosto 2007

Morire dentro


Robert Silverberg, pp.287
Fazi "Le strade", euri 16,50

Questo è un romanzo impeccabile scritto da un autore colto (che ci tiene non poco a farlo notare) con uno stile vivido e moderno per i primi anni 70 in cui vide la luce, tecnicamente poi è un pezzo di bravura... allora cosa c'è che non mi è piaciuto?
Almeno due cose.
La prima è il tema   riguardante la lenta perdita di magia costante e inesorabile di un telepate giunto sulla soglia dei quarant'anni. Il parallelo tra la perdita dei poteri e il disfacimento dei sogni e degli entusiasmi giovanili nella sconsolata routine della maturità è  evidente e, sarà che ho appena superato i trenta, mi ha messo addosso una tristezza infinita di cui francamente non sentivo il bisogno. Il romanzo non l'ha evocata per empatia col personaggio che sento assai distante,  l'ha messa proprio a me, in uno strano transfert tra autore e lettore.
La seconda insofferenza è proprio l'approccio del protagonista a questa quieta decadenza che è, malgrado egli lo neghi, autocommiseratorio dall'inizio alla fine. Questa tendenza all'autocommiserazione lo rende incapace di agire e lo porta a ripiegare su se stesso in una continua e tediosa spirale introspettiva. Si sente velatamente la puzza della New York  nevrotica del secondo Woody Allen, anche se bisogna riconoscere a Silverberg che lo stile asciutto e fresco ci risparmia  dall'inutile e snervante  verbosità del regista, la New York della psicoanalisi perenne e dell'universo che gira intorno a stressate e logore relazioni interpersonali della borghesia east coast.  So di fare torto all'indiscutibile bravura di Silverberg e al fatto che questo libro precede cronologicamente ed è di gran lunga  migliore di tutto ciò che non mi piace delle narrazioni prodotte in seguito da quell'ambiente. So di far pagare ad un libro ben scritto una mia insofferenza viscerale per la stanchissima autoreferenzialità di tanto culturame prodotto in seguito  da certi artisti della Grande Mela. Ma tant'è.

Sulla controcopertina tra le alltre referenze ce ne è una che lo definisce <<Il miglior romanzo di fantascienza mai scritto>> e qui sta un altro punto:  tra i romanzo di SF questo è il meno fantascientifico  e  più newyorkèèèèse. In "Morire dentro" non c'è scienza né scienza del futuro, per dirla alla Dick ,  in nessuna delle quasi 300 pagine. Non c'è nessuna visione del futuro, affatto, c'è soltanto un dramma personale intrecciato al decadere di un  potere  paranormale.  Per qualcuno la fantascienza, genere a lungo vituperato, diventa eccelsa quando si allontana da se stessa o, meglio ancora, smette di essere tale, avvitandosi sugli ordinari scazzi di un telepate sfigato trascinati a zonzo tra Madison square e Central Park.

Resta  un libro di valore e doveva esserlo ancor di più quando venne scritto, sono convinto che molti  lo apprezzeranno cento volte più di me.

Mi sfugge il criterio con cui è stata scelta la grafica di copertina.

Voto: 6
postato da: Aramcheck alle ore 21:31 | link | commenti (4) | commenti (4)
Autori e generi: narrativa straniera, fazi, science fiction, 2007, silvergberg

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